Chantal Bruyn
Prendete un corpo come quello di Chantal Bruyn, che è giĂ un’opera d’arte di suo, affidatelo a Fly, fotografate il tutto e poi lustratevi gli occhi. Le parole piĂą cliccate? Scopri la top!
di Gianni Passavini - foto di Alberto Mori
Premetto che a me il corpo della donna, a cominciare dal suo rivestimento epidermico, piace “nature”, intonso, vergine, se così si può dire. Ammetto tuttavia che usarlo come una lavagna ricca di convessità e concavità , di discese ardite e risalite, e dunque come un supporto plastico per esprimere concetti, per comunicare suggestioni, per esaltare spazi, figure, forme, può dare grande soddisfazione. Attiva e passiva. Maestro riconosciuto in questa arte della corporeità che - unica nell’epoca della riproducibilità e della serialità dell’immagine - non è mai fine ed uguale a se stessa semplicemente perché opera su materia viva (un impercettibile movimento, un brivido, un respiro muta quello che era) è senz’altro Flycat, nome d’arte dell’eclettico trentanovenne milanese Luca Massironi.
Nel servizio di queste pagine Flycat si è esercitato su Chantal Bruyn splendida modella olandesina di 27 anni il cui corpo, basta guardarlo, è evidentemente dotato di caratteristiche biometriche ideali per la bisogna, e più ancora che per il suo 90-60-90 che rappresenta oggi l’eccellenza simmetrica femminile, per la setosità , l’elasticità e la levigatezza della sua pelle. Questa caratteristica facilita di molto l’artista quando muove il suo pennello (chi ne tragga qualsiasi riferimento di contenuto osceno è davvero fuori strada). Per quanto mi riguarda, aggiungo solo che, senza bisogno di interventi artistici supplementari, il corpo di Chantal è già di suo un’opera d’arte. Apprezzabile, per questo, il fatto che Flycat abbia fermato il suo estro sul liminare dei capezzoli di Chantal: evidentemente, avrà pensato anche lui, con la dovuta modestia: “non potrei fare col mio pennello di meglio, cosa più bella e artistica di quella che ha già fatto con tanta bravura madre natura”.
Quanto a ciò che l’artista ha scritto sulla pelle della modella si tratta di lettere che diventano segni dunque simboli, di cui è inutile chiedere conto al suo autore, siamo noi a doverne decrittare il significato, a trovare di quella strana calligrafia la chiave di lettura. Perché l’opera d’arte non dà mai risposte, piuttosto interroga chi la guarda. Anche la maschera a gas, come dobbiamo interpretarla, in chiave bellica e postatomica?
Comunque sia, dopo che Marcel Duchamp ebbe a tosarsi disegnando sul suo cranio la bandiera americana a stelle e strisce, la Body Art ne ha inventate molte di performance. C’è chi come Marina Abramovic ha ballato fino allo svenimento; chi, come Piero Manzoni ha cominciato col “firmare” corpi viventi rilasciando regolare cerificato di autenticità e ha finito molto semplicemente col defecare e inscatolare la sua “merda d’artista”: non sono, gli escrementi umani, l’ultima, finale espressione dell’attività corporea?
Saltando il tattoo, che pure ha i suoi maestri eccelsi ma che ha quel non so che di timbro appiccicato addosso; evitando il piercing che sa troppo di ricerca di omologazione tribale, a livello artistico c’è soprattutto il body painting, che forse è una body art più sbarazzina, un genere con meno pretese. Più simile al gioco che all’arte sa sollecitare anche i palati meno fini. Di una sensualità estrema, per esempio, sono le immagini di Madonna, Heidi Klum e Demi Moore “vestite” a suo tempo dalla più grande body painter esistente, la neozelandese Joanne Gair. Demi Moore in blazer, gilè e cravatta con gonna corta e attillatissima la ricordo più eccitante che mai sulla copertina di Vanity Fair americano.
E avrò sempre negli occhi il lavoro della Gair sulle modelle di Sport Illustrated Swimsuit. Sono bellissime fanciulle del calibro di Quiana Grant, Tori Praver, Marisa Miller, Jessica Gomes vestite solo di costumi virtuali disegnati sui loro corpi. L’effetto è stupefacente, l’unico problema è che per “indossare” uno di questi bikini acrilici ci vogliono 13 ore, tanto è il tempo che occorre alla Gair per realizzare la sua opera. Sarà per questo che i suoi costumini sono sempre parecchio striminziti. Vietatissimo, poi, fare il bagno: sarebbe come spogliarsi, l’acqua farebbe letteralmente sparire tutto in pochi secondi e la modella si ritroverebbe completamente nuda. Un vero peccato, artisticamente parlando, s’intende.


