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Cosplay: Come un cartone animato
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Cosplay: Come un cartone animato

Costume + Player, ovvero recitare in costume. È il modo con cui molti ragazzi (e adulti) giapponesi fuggono dall’omologazione.

testo e foto: Carlo Schilirò

Personaggi dei cartoni animati e dei videogiochi, ma anche scolarette, Lolita in stile gotico, sexy cameriere e bambole giganti. Non c’è proprio limite alla fantasia e all’immedesimazione quando si tratta di entrare a far parte della grande famiglia dei cosplayer. E pensare che solo fino a qualche anno fa, il termine cosplayer (contrazione dall’inglese delle parole “costume” e “player”, ovvero interpretare, recitare in costume) andava a braccetto con quello più temuto di otaku; il maniaco per antonomasia, il nerd all’ennesima potenza. Sono stati proprio loro, i più solitari, gli emarginati dalla società nipponica, ma
soprattutto nell’ambiente scolastico e persino sul posto di lavoro, a creare un mondo dove la maschera che s’indossa non serve a celare la propria identità, ma a ritrovare se stessi.

Questi giovanissimi e non,vessati dai bulli o dal mobbing in ufficio, nel peggiore dei casi tentavano il suicidio, più spesso si rifiutavano di uscire di casa, rinchiudendosi in un mondo rassicurante, fatto di anime, manga e videogiochi, spesso erotici, sognando relazioni interpersonali e sentimentali per loro irraggiungibili. Solo in Giappone,patria della ipertecnologia e di conseguenza della grande solitudine, ma anche dell’infinità creatività (unica via di fuga
per uscire dalla massa), poteva nascere uno stile di vita basato sulla somiglianza con un personaggio dei cartoni animati, gli anime appunto, come terapia psicologica fai da te.

Oggi in Giappone il cosplay è esaltato sia dalla gente comune che dai media. Soprattutto viene tollerato dai genitori, in apprensione per i figli dediti all’hobby del travestitismo.

Cosplay weekend

Rispetto a qualche anno fa i cosplayer non sono più relegati nell’underground. Li si può facilmente incontrare a Tokyo ogni sabato e domenica lungo il ponte che divide il quartiere di Harajuko dal parco di Yoyoji. Qui centinaia di giovani, soprattutto ragazze, posano per i flash dei curiosi o si scambiano consigli e trucchi per migliorare i propri costumi. Ma è soprattutto il quartiere tecnologico di Akihabara, nato proprio in funzione degli otaku e dei cosplayer, a ospitare il meglio di entrambi i generi. Un do ut des taciturno,dove entrambi si soddisfano a vicenda, nei numerosi locali e club privati.

Il gioco proibito

Ci sono però ancora casi in cui il mondo del cosplay si affaccia su quello del proibito. Una piccola nicchia di questa cultura è costituita dai “dollers”; questi cosplayer, in media maschi adulti over 40, si cuciono da soli abiti femminili sgargianti e indossano speciali maschere che simulano i volti delle eroine dei cartoni animati (che li fa definire in giapponese anche animegao, ovvero “faccia da anime”). In questo caso, la linea di separazione tra il crossdressing e il cosplay diventa quasi impercettibile e sfocia nel torbido mondo del fetish.

Noto è il caso dello studioso 50enne, docente di fisica presso la Todai, l’università più prestigiosa del Giappone, che di fronte a moglie e figli si inventava fantomatici congressi e invece nei weekend si chiudeva in Hotel di terz’ordine dove, in assoluta serietà e silenzio, procedeva alla sua vestizione. Prima le calze di nylon trafugate alla moglie, così come per le scarpe col tacco, fino all’abitino da lui cucito per terminare indossando una maschera femminile di gomma. Più rari dei “normali” cosplayer, ogni tanto anche questi “dollers” fanno capolino lungo le strade della metropoli nipponica ma ci vorrà molto tempo prima che il loro travestitismo venga riconosciuto come una valvola di sfogo tollerabile.

Street culture

Chi l’avrebbe mai detto che, nell’arco di una decina di anni, una sottocultura legata a un malessere tutto giapponese avrebbe conquistato il mondo. Invece è accaduto. Prendete i tedeschi Tokio Hotel, che con le loro decadenti canzoncine pop stanno sdoganando il cosplay anche in Europa. Sono figli dell’ennesimo sottogenere del cosplay, chiamato in Giappone “visual key” e caratterizzato dai lunghi capelli con le mèche e dal pesante make-up di colore nero.

Poi sarà il momento dei “dollers”?

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