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Danilo Gallinari
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Danilo Gallinari

Non ha neanche vent’anni, ma sta in campo come un veterano. Con la sua classe ha incantato tutto il mondo del basket, tanto che già si parla di Nba. Ma il ragazzo non ha fretta.

Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. E probabilmente non verrebbe fuori così forte. Danilo Gallinari, classe 1988, si è liberato dei panni di promessa per vestire quelli del campione di razza. In fondo, lui il basket di alto livello l’ha sempre avuto scritto nelle stelle. Per conferme, chiedere a papà Vittorio, storica colonna di quell’Olimpia Milano di cui anche Danilo veste oggi la casacca.

All’inizio della stagione le aspettative nei confronti dell’Olimpia erano molto alte. In realtà, la prima parte del campionato è andata così così, ma adesso il treno dei playoff è stato agganciato. Dove può arrivare Milano adesso?
Guarda, per come la vedo, io tranne Siena che per il momento sta giocando una stagione quasi perfetta, tutte le altre squadre se la possono giocare alla pari. Il discorso vale chiaramente anche per Milano: ora come ora siamo in un buon momento, ma mai come quest’anno il campionato è davvero imprevedibile e ogni partita è una storia a sé. Basta guardare le ultime uscite della squadra per rendersene conto.

Secondo te cosa manca all’AJ per arrivare al tricolore?
Siamo a posto così, non ci manca davvero nulla. Siamo un otimo gruppo e stiamo bene insieme sia dentro che fuori dal campo. Dobbiamo solo continuare a divertirci e lavorare bene in allenamento trasferendo questa energia e voglia di fare in partita.

Azzardiamo un pronostico. Milano vince lo scudetto: cosa ti regali?
Dieci giorni di vacanza.

Se parliamo di squadra, la rivalità classica e probabilmente più sentita è quella con Cantù. Ma guardando ai singoli, c’è un giocatore contro il quale ti piace di più giocare?
Direi di no, nel senso che la filosofia con cui affronto le partite è sempre la solita: dare il massimo per portare a casa la vittoria indipendentemente dall’avversario che devo affrontare. Il basket è il mio lavoro e per rispetto a compagni e coach, ma anche ai tifosi e a me stesso devo dare sempre il massimo. Il fatto di giocare contro tizio o caio, non può essere una scusa per giocare con più o meno voglia, con maggiore o minore impegno.

In molto danno già per scontato il tuo passaggio in Nba, ma intanto hai rifirmato per Milano. Qual è il tuo approccio alla questione?
Ora come ora non ci sto ancora pensando, davvero. Io sono uno che guarda sempre al presente e il mio presente ha i colori biancorossi dell’Armani Jeans. Finché giocherò a Milano non avrò altro in testa se non i risultati che possiamo e dobbiamo raggiungere. Tempo per pensare al mio futuro e alla Nba ce n’è in abbondanza e quando arriverà il momento di essere eleggibile, vedremo. Chiaro che il sogno di ogni giocatore è quello di arrivare un giorno a potersi giocare una chance negli Stati Uniti, ma tutto quello che comporta il mio sbarco fra i professionisti americani, è un pensiero sul quale mi concentrerò più avanti.

Il basket è uno sport di squadra, ma è innegabile che in questo momento tra tutti i giocatori di Milano, tu sia quello che più spesso balza agli onori della cronaca.Ti senti un uomo in missione?
Un uomo in missione, assolutamente no. Certo, so bene qual è l’apporto che posso e devo garantire alla squadra e penso di aver un ruolo di responsabilità. Ma come hai detto, la pallacanestro si gioca cinque contro cinque e per arrivare a vincere qualcosa, ci vuole davvero il contributo di tutti, panchina compresa. Fare il solista, non mi interessa.

L’impegno di Giorgio Armani per risollevare le sorti del basket milanese è cosa nota. Parlando di moda e sport: quali sono le affinità tra queste due forme di espressione?
Direi che il punto di contatto fondamentale è rappresentato dalla voglia di vincere e primeggiare. Dal desiderio di spostare sempre un po’ più in là i propri limiti per riuscire a lasciare un segno indelebile nella storia.

Tu sei uno che dà il buon esempio in campo e fuori. Quali risposte di civiltà può dare lo sport al terrorismo di questi nostri tempi?
La lezione più grande che può dare lo sport? Insegnare il valore del rispetto. per la persona che ti trovi di fronte. In campo basta un semplice pallone arancione per mettere assieme culture e persone da tutto il mondo. Perché non si potrebbe riuscire e vivere in pace anche fuori dal rettangolo di gioco? Credo che sia solo una questione di buon senso. E di volontà.

Tu sei un’icona, ma ogni icona ha dei miti. Quali sono i tuoi?
In ambito sportivo, sicuramente Michael Jordan perché sono cresciuto guardando le sue partite; le cassette con le sue incredibili ed esaltanti evoluzioni. Fuori dal campo, invece direi Giorgio Armani.

Una donna cui non diresti mai di no.
Ce ne sono tante…

Secondo te esiste una donna che non possa essere conquistata?
Ogni volta che ho voluto conquistare una donna, ce l’ho fatta. Non credo al mito della donna impossibile.

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