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Tre uomini e una donna attraversano le Isole Svalbard con gli sci da telemark.

COME PROMESSO SU MAXIM DI DICEMBRE, IL RESTO DEL REPORTAGE ARTICO

di Emilio Previtali - foto di Damiano Levati

(...) Ad ognuno di noi tocca mediare un po’, smussare gli spigoli del nostro carattere, fare esercizio di calma e di pazienza. L’intesa tra noi è fatta di sguardi, di piccoli gesti, di attenzioni per il nostro compagno. Eccola qui, un’altra splendida ragione per essere qui. Sciare alle Svalbard è un lusso straordinario. Sciare in discesa, intendo. Grazie al sole di mezzanotte (a inizio aprile la condizione di luce è continua per 24 ore) una volta arrivati al campo, sistemata la tenda e preparata l’acqua per idratarsi e per cucinare, ci si può dedicare allo sci alpinismo vero e proprio. Parlo di versanti da percorrere in salita con le pelli di foca senza pulke, esattamente come facciamo sulle Alpi, oppure di canali ripidi da risalire con i ramponi ai piedi e da scendere tutti d’un fiato. Nella zona delle montagne dell’Atomfjella la struttura geologica dei rilievi è decisamente particolare, con delle stratificazioni verticali che favoriscono la creazione di canali ripidi e incassati. Io, Damiano, Giulia e Brac ci dedichiamo alla esplorazione sistematica dei canali che ci sembrano più belli. Cerchiamo di sciare quelle che ci sembrano le linee più divertenti e interessanti, con la consapevolezza però che il territorio è talmente esteso che ciò che riusciamo a sciare rappresenta una porzione minima e insignificante nello spazio immenso delle Svalbard.

Accade troppo raramente, perché siamo principalmente impegnati nella traversata, ma è una sensazione straordinaria quella di sciare in canali o su pendii che nessun altro essere umano probabilmente ha mai percorso prima. La sensazione di isolamento dal mondo e di solitudine amplificano ogni emozione. Rientrare in tenda ogni sera e rintanarsi nel sacco a pelo in piumino dopo una giornata di sci avventura come queste moltiplica ogni sensazione. E’una avventura continua ed ininterrotta. La civiltà, alla fine della neve. Il 25 maggio, al termine della traversata, sporchi e maleodoranti come animali selvatici, siamo alle prese con gli ultimi cinque kilometri di cammino prima di concludere la nostra traversata. Nel gruppo aleggia un clima da ultimo giorno di scuola ma le difficoltà e la pericolosità del terreno su cui camminiamo ci mantengono concentrati al massimo. Alle spalle abbiamo quasi trenta kilometri di fiordo ghiacciato, ora ci stiamo spingendo verso il mare aperto, in cerca di un punto dove fare avvicinare alla banchisa la barca che è venuta a prenderci. Il ghiaccio è sottile, tutto intorno ci sono pozze di acqua salata. Ogni tanto una crepa sottile nel ghiaccio si apre davanti a noi e un cupo suono sinistro della banchisa in assestamento ci fa sobbalzare dalla paura.

Non è una bella sensazione, anche se con Erik, Brac e Damiano ci guardiamo ogni tanto e con lo sguardo ci diciamo che la situazione è sotto controllo. Forse. Gli ipod sono spariti dalle orecchie di tutti tranne Giulia, che è la più tranquilla. Intorno a noi ogni tanto vediamo le foche fare capolino sul pack. Finalmente, dopo una buona mezz’ora di tentativi riusciamo ad individuare un luogo adatto per avvicinarci alla barca. Il più velocemente possibile carichiamo il materiale a bordo, ci mettiamo i vestiti termici antiacqua e imbacuccati come pupazzi di peluche saliamo a bordo. C’è a malapena il tempo per una foto ricordo e per un abbraccio con i compagni di viaggio. Poi via, attraversiamo il fiordo e in mezz’ora di navigazione veloce siamo a Longyearbyen. Scarichiamo il nostro materiale e prima di tornare in hotel per la prima doccia in venti giorni facciamo un salto al supermercato.  Abbiamo voglia di ubriacarci di civiltà. E’ tra i corridoi del reparto alimentari, tra persone normali vestite con abiti puliti, che ognuno di noi realizza che la nostra avventura artica è davvero giunta al termine. Siamo tornati nel mondo civile, nella società degli esseri umani, nel mondo fatto di cose da comprare, da possedere e da mostrare agli altri. E’incredibile quante cose inutili vendono in questo supermercato.

Mentre infilo nel cestino della spesa una bottiglia di acqua Perrier, quattro banane e una confezione da sei lattine di birra pregustando il lusso di berle sotto la doccia calda, penso che in fondo se vuoi essere davvero felice devi ridurre le tue necessità ai minimi termini. Se una sorsata di acqua frizzante bevuta in coda alla cassa riesce ancora a renderti la persona più felice del mondo e ti fa tornare la voglia di ripartire subito per un’altra avventura, significa che sei un animale randagio che deve vivere all’aria aperta. Due giorni dopo il mio ritorno a casa, con la sacca del materiale ancora da disfare, sono di nuovo in ghiacciaio a sciare. Mando sms al telefono ai miei amici dicendo che sono tornato dalle Svalbard, che sto facendo telemark in neve fresca e li invito a inventare una scusa per raggiungermi assentandosi dal posto di lavoro. A qualcuno di loro chiedo già se alla fine del prossimo inverno verranno alle Svalbard. Mi rispondono quasi tutti a male parole. Metto via il telefono e continuo a sciare da solo. Si, lo ammetto, sono un randagio bastardo.

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