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Vanni Santoni
Vanni Santoni

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Intervista esclusiva all’autore dei libri “Gli interessi in comune” e “Personaggi precari”.

di Gabriele Ferraresi

Il tuo “Gli Interessi in Comune” è stato uno dei casi letterari dell’anno scorso. Con i libri è un po’ come con gli album, hai presente la storiella de “Il primo album hai tutta la vita per farlo, il secondo pochi mesi”?
Certamente sento molta pressione, su “Gli interessi in comune” sono state spese parole molto lusinghiere e per il mio prossimo romanzo le aspettative sono alte da parte di tutti. A mio favore gioca il fatto che sono ancora inesperto: quando avevo cominciato a scrivere “Gli interessi in comune” era passato credo al massimo un anno dal mio primo racconto… Non sono uno di quelli che, avendo scritto fin dall´adolescenza, arrivano ai trent´anni e “chiudono” il romanzo di una vita, io come ti ho detto avendo scritto il mio primo racconto a ventisei anni sono ancora un bambino, letterariamente parlando, e ho ancora moltissimo da sperimentare. Questo mi dà anche una certa fiducia nella possibilità di fare un ulteriore salto di qualità, almeno stilistico. Di certo in quest´ultimo anno ho letto una quantità esorbitante di romanzi, proprio per acquisire una voce più complessa e strutturata.

Collabori con il Corriere Fiorentino e altri periodici cartacei, sul web sei presente con il tuo blog: dov’è che ti diverti di più? Perché di solito, nello scrivere credo sia quella una delle molle principali: rileggere e dire “Cazzo, qui si che sono andato alla grande”.
Io veramente tendo più a rileggere e dire “Cazzo, qui sì che ho toppato di brutto”..! Giornale, blog e letteratura sono tre mondi diversi. Il primo è lavoro: anche se spesso ho la possibilità di scrivere testi di taglio letterario, al giornale ci sono tempi, scadenze, quindi il divertimento cala un po´, anche se spesso i giorni in cui si va in giro per fare un servizio si rivelano i migliori. Il blog è un´abitudine, anzi una dipendenza: il rapporto emotivo tra me, la pagina sarmizegetusa.wordpress.com e i suoi lettori è così stretto che se non posto niente per qualche giorno poi mi sento in colpa. Anche in questo caso quindi il divertimento non è il sentimento principale, ci sono giorni in cui vivo il blog davvero come un obbligo, d´altronde è ad esso che devo il mio debutto letterario, con Personaggi precari, e si merita tutte le attenzioni che gli dedico; tra l´altro, proprio perché in genere sono molto critico rispetto ai miei testi, leggere i commenti entusiasti dei lettori mi è molto utile, mi dà la spinta per continuare a scrivere con regolarità. A conti fatti, direi che la cosa più divertente è proprio scrivere romanzi, è come giocare al demiurgo e fare terapia allo stesso tempo, senza obblighi nei confronti di nessuno (almeno prima dell´uscita!)... Ma parlo solo delle prime fasi di scrittura, quelle più cieche e brutali: quando poi c´è da rimettere insieme i testi, cucire, far tornare le varie parti, lì di divertimento non ce n´è manco l´ombra!

Carta stampata e web: per te come va a finire? Verso che modelli andiamo?
Dipende dal tipo di carta stampata. Non credo che i libri avranno mai grossi problemi: come diceva Eco, il libro è un oggetto perfetto così com´è, allo stesso modo dell´accendino o della tazza… Non saranno certo quelle ridicole lavagnette elettroniche per leggere i PDF a soppiantarlo. Per i giornali il discorso è diverso, chi usa Internet quotidianamente sente già la lentezza della carta, specie quando un evento ci prende e lo seguiamo in tempo reale… Durante le elezioni americane o le proteste iraniane era patetico comprare il giornale il giorno dopo e trovare roba già vecchia di ore! I quotidiani se la vedranno brutta, in Italia ancora ce ne accorgiamo meno perché siamo il paese con la minore penetrazione di Internet di tutta l´Europa occidentale (e perché i quotidiani prendono dei bei finanziamenti pubblici), ma ci sarà da piangere… La soluzione a mio avviso è semplice (da dire, non da fare): puntare di più sui contenuti e sugli approfondimenti, ovvero trasformando in virtù la sopravvenuta “lentezza”. Non è un caso infatti che negli USA, dove la crisi dei giornali è pesantissima, i settimanali se la cavino piuttosto bene (anzi, alcuni, come il New Yorker, non smettono di crescere): siccome le notizie me le dà Internet in tempo reale, dal cartaceo voglio contenuti interessanti, opinioni che facciano riflettere, fiction, giornalismo d´inchiesta…

I tuoi personaggi precari riempiono un blog: migliaia e migliaia di nostri coetanei stanno in catene allegoriche a farsi schiavizzare a progetto. Ma quand’è che ci si decide a farla, ‘sta rivoluzione, invece che parlarne?
Io stesso sono (anche) precario e non vedo grandi cambi di scenario all´orizzonte, se non sul fronte della comunicazione, dove Internet ha già creato innumerevoli canali alternativi ai megafoni del potere e gestiti dal pubblico stesso. Di certo il livello di malessere non è ancora tale da mobilitare una generazione di viziati alla ribellione, sia perché si è persa l´abitudine di pensare la politica (che poi non sarebbe altro che un agire collettivo orientato allo scopo) come motore di un possibile cambiamento, sia perché in assenza di coscienza di classe ha gioco facile chi punta a trasformare il potenziale rivoluzionario degli oppressi in odio verso altri oppressi, quelli diversi (o percepiti come tali): il colletto bianco precario medio, oggi, continua a percepirsi più vicino alla cosiddetta “classe dirigente” che all´immigrato della porta accanto.

Il divide et impera che ha fatto esplodere in brandelli la società attuale, può essere sintetizzato in ” ‘zzo volete, io mi faccio la mia vita”. Il risultato è che in cambio di due perline luccicanti, o neanche quelle, una generazione ha abdicato la propria dignità e la speranza di un’esistenza migliore. Tu come la vedi a riguardo?
Dici bene, e ha abdicato senza neanche incazzarsi un poco come hanno fatto, a suo tempo, i nostri coetanei francesi! Personalmente credo che in un´era di individualismo la vera rivoluzione sia quella delle coscienze, che parte dai piccoli gesti: buttare via la TV, comprare un libro, consumare in modo critico, ricordarsi di avere dei diritti…

Nella prima risposta mi dicevi che hai iniziato a scrivere tardi, e che nell’ultimo anno hai letto molto. Che cosa consiglieresti ai nostri lettori per quest’estate? Ehi: e non dire “Contro il Giorno di Pynchon”, che credo ormai sia il fermaporte più usato nelle case radical chic italiche…
Tre stranieri, tre italiani e tre saggi: Meridiano di sangue di Cormac mc Carthy, Undici solitudini di Richard Yates, Infinite Jest di David Foster Wallace; Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini,  Pompeo di Andrea Pazienza, Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini; Armi acciaio e malattie di Jared Diamond, La scimmia nuda di Desmond Morris, Il megafono spento di George Saunders.

Una delle cose che più mi terrorizzano quando c’è un servizio in tv su un qualunque sciopero è la gente che urla “Io voglio lavorare!”: e lì credo ritorni questo sbilanciamento della percezione di cui dicevi, grazie al quale quello che una volta era l’impiegato di concetto, o direttamente l’operaio, si sente più vicino al dirigente, rispetto a ciò che è davvero. Secondo te come siamo finiti in questo gorgo mentale?
E’ molto difficile tracciarne le origini… La prima ondata di omologazione commerciale degli individui venne negli anni ‘50 ma arrivarono subito la psichedelia, il rock&roll e l’impegno politico dei ‘60 a darle un bel colpo… Poi però dal decennio successivo la “seconda onda” non ha smesso di crescere…

Prima di diventare uno dei fortunati che in Italia riesce a campare scrivendo - o a scrivere, campandoci - quali sono i lavori più devastanti, precarizzanti, assurdi, che hai fatto? La risposta “disinfestatore in stile Burroughs” sarebbe molto apprezzata, ma è ovviamente facoltativa. Se vuoi parto io: barista, impiegato tirapiedi di una multinazionale, di nuovo barista, venditore di libri fotocopiati in università (avventura, quest’ultima, conclusasi con un simpatico processo).
Formatore, barista, insegnante di meditazione, pitturatore di sedie, speaker radiofonico, cartomante, conferenziere, imprenditore in India.

Su chi punteresti cinquanta euro delle nuove leve della letteratura italica? Chi è che farà il prossimo botto?
Ora, chi farà il “botto” è difficile dirlo visto che il mercato segue regole sue difficili da interpretare, di certo - scelgo tra quelli con un romanzo uscito da poco - hanno un bel futuro davanti Alcide Pierantozzi e Giorgio Vasta. Tra quelli che devono ancora uscire col primo romanzo, punto tutte le mie fiche (nel senso di fiches) su Gregorio Magini e Alessandro Raveggi.

C’è qualcuno che devi ringraziare, che ti ha avviato al “mestiere”, che ha creduto in te dall’inizio?
I lettori del mio primo blog, “Personaggi precari”, e in particolare Gherardo Bortolotti di GAMMM.

DAI UN’OCCHIATA AL SUO BLOG LETTERARIO http://sarmizegetusa.wordpress.com/

Commenti

Ophelia
da Ophelia il 08/08/2009

grande intervista!!!

Gabriele Ferraresi
da Gabriele Ferraresi il 07/08/2009

Vanni è stato eccezionale, merito suo! Continuate a seguirci, a presto

Alessandro Raveggi
da Alessandro Raveggi il 07/08/2009

Troppo buono.

Gianluca
da Gianluca il 07/08/2009

Bellissima intervista.

Ottime domande e ottime risposte.

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