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L’arte del furto
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Costa Azzurra, estate 2007, pieno giorno. Cinque uomini armati e mascherati scappano con un bottino di milioni di dollari in quadri. Ecco come il piĂą grande detective del mondo dell’arte è riuscito a farli arrestare.

ECCOVI, COME PROMESSO SU MAXIM DI MARZO, IL (GRAN) FINALE

di Simon Worrall (traduzione di Gabriele Ferraresi)

L’appuntamento finale con Ternus avviene ad aprile 2008, in un porticciolo vicino a Fort Lauderdale. Dall’incontro di Barcellona sono passati tre mesi. In questo periodo si sono rifiniti gli ultimi dettagli. Le parti si sono accordate sul prezzo finale: tre milioni di dollari, ma Wittman ha continuato ad opporsi alla transazione in due parti proposta da Chelekian l’Armeno. C’è un altro problema poi, quando Wittman obbliga ad un cambio di programma i venditori: non più lui solo a completare la transazione, ma anche, insieme a lui al momento dello scambio, un suo socio. Francese. «E questo chi cazzo sarebbe?» ringhia Chelekian. «Come mai non ne hai parlato prima?». Ha dei buoni motivi per essere sospettoso. Il socio francese di Wittman, altri non è che il capo del OCBC: l’Agenzia Centrale per la Lotta al Traffico della Proprietà Culturale.

Per mesi, il colonnello Pierre Tabel è stato l’uomo in Francia di Wittman, e ha seguito passo per passo tutte le mosse di Ternus, Chelekian e del resto della banda. Subito dopo la rapina in Costa Azzurra, Tabel aveva messo in piedi una squadra di sei detective. Gli agenti dell’FBI però non potevano operare sul territorio francese alcun tipo di arresto senza di loro: un’operazione riuscita si sarebbe trasformata in una causa in tribunale. Magari vinta dalla banda. «Se questa è una trappola» bercia Chelekian «e gli sbirri sono qui, strappiamo gli altri due dipinti, chiaro!». «A Patrick non piace molto l’arte, come potete vedere» ribatte Ternus. Tutti ridono: e si stappa qualche bottiglia di champagne.

Wittman è già tornato a Philapelphia quando cala il sipario. E’ il 4 giugno. Poco prima dell’alba, Lhomme, Noël Dumarais e Chelekian partono da Marsiglia e percorrono diciannove chilometri di statale verso il villaggio costiero di Carry-le-Roulet. Proprio lì, in un capannone di un’area industriale, c’è un van blu, Peugeot, farcito con quattro capolavori della storia dell’arte. I tre viaggiano su un taxi. Scivolano giù dalla vettura, entrano nel capanno, e salgono sul van: destinazione Marsiglia. Non sanno di essere seguiti, e sono anche di buonumore, convinti come sono di essere sulla buona strada per arrivare al giorno dopo da milionari. Non si rendono conto di essere accompagnati lungo l’autostrada da svariate auto della polizia, chiaramente, anonime.

Arrivata a Marsiglia, la gang si dirige verso il Prado, un quartiere residenziale poco lontano dalla costa. Sono le sette e mezza del mattino, la gente porta in strada il cane, o sta facendo colazione, a caffè e brioche. Noël Dumarais aspetta sul van, mentre Chelekian e Lhomme si incamminano verso un bar dove hanno appuntamento con un uomo del colonnello Pierre Tabel, superfluo dirlo, un agente sotto copertura. Questi consegnerà i soldi, e solo a quel punto Lhomme e Chelekian l’accompagneranno al van, dove gli consegneranno i quadri. Il locale è quasi vuoto al momento dell’incontro. Chelekian e l’agente si siedono in un angolo e ordinano un caffè, e nell’aria c’è una tensione che ghiaccia le budella. Poco dopo arriva anche un altro agente. Vorrebbe parlare dell’affare, ma Chelekian preferisce evitare. Meglio fare quattro passi.

Da un’auto civetta distante circa un km il colonnello Tabel segue l’operazione. Ci sono più di cinquanta agenti, nella zona, travestiti da passanti, da postini, da spazzini, da operai. Sono ovunque. Altri si limitano a tenere d’occhio il van blu della Peugeot. Dall’altra parte dell’oceano, a Cooper City, Florida, gli uomini dell’FBI sono appostati intorno ala casa di Ternus. I tre uomini – Chelekian e i due agenti – stanno per entrare in un altro bar, quando arriva il blitz della polizia. Armi spianate degli uomini dell’OCBC, spuntano da dietro ogni porta, dalla strada. Sbattono a terra Chelekian, lo ammanettano. Altre auto bloccano ogni via d’uscita dal quartiere, mentre i sospetti che i due membri della gang fossero armati, diventano realtà. Chelekian ha una Colt .45 sotto la giacca di jeans, Lhomme, una granata di fabbricazione ceca in tasca. Gli agenti però sono addosso a loro talmente in fretta che non hanno il tempo materiale per poter pensare di usarle. Ora Lhomme e Chelekian, coi ferri intorno ai polsi, boccheggiano a terra come pesci spiaggiati. Poco distante il mare, altri agenti tirano giù Noël Dumarais dal van. Dentro trovano i due Brueghel, il Monet ed il Sisley, delicatamente impacchettati in una scatola di cartone.
Intanto in Florida, Ternus è ancora in pigiama quando gli uomini dell’FBI fanno irruzione dalla porta su retro. Sua moglie e suo figlio stanno dormendo. Ternus non oppone resistenza e viene arrestato. Sei giorno dopo ammette il reato di contrabbando di opere d’arte. Non solo: anche di aver mentito al momento della richiesta del visto per gli Usa, dimenticandosi, come dire, di un passato non proprio cristallino. Il suo sogno americano, finisce così. E’ il 19 settembre 2008, e ci sono un centinaio di persone stipate in un ristorante poco lontano Philadelphia: curatori ed esperti, guardie armate, mercanti d’arte, più una piccola folla di agenti dell’FBI armati e vestiti da battaglia, coperti da robusti giubbotti antiproiettile. Ci sono anche agenti donna, alti ranghi dei Federali, e soprattutto c’è tutta la famiglia Wittman, lui, la moglie e i suoi tre figli. Sono seduti al posto d’onore, nel salone del ristorante.

Tutta questa folla è lì per un solo motivo: per salutare Wittman. Che se ne va in pensione, a 53 anni, dopo venti di onorato servizio. E’ il re del party, stringe mani, abbraccia persone, prende pacche sulle spalle. «Credo che il segreto del suo successo sia stata l’abilità di calarsi nel ruolo completamente» racconta Ron Simoncini, un ex detective della polizia di New York, ora a capo della sicurezza del Moma. «E’ sempre stato così nella parte, che chi trattava credeva di essere di fronte ad uno come lui, un altro criminale». Ora Wittman ha appeso distintivo e pistola al chiodo e ha preso in mano carta e penna. Nell’ottobre scorso ha firmato un contratto per sei libri con l’editore Crown. E ci sono impegni per Wittman sia fuori che dentro casa. Nonostante sia in pensione, non vuole essere fotografato: sono in troppi a voler sapere la vera identità di quel grigio travet che li ha sbattuti dentro. Anche perché a Bob potrebbe capitare di dover agire di nuovo sotto copertura, per conto della sua agenzia, la RobertWittman Inc., che guarda caso si occupa di sicurezza nel campo dell’arte, soprattutto all’estero, oltre che negli Stati Uniti.

Per essere un uomo che ha passato la vita ad essere qualcun altro, fingendo emozioni che non provava, sembra onestamente commosso quando cammina verso il podio, alla sua festa d’addio. E ci sale su quel podio, per ricevere un premio dai suoi colleghi: nient’altro che una stampa di un’opera del Museo di Philadelphia. Mentre abbraccia moglie e figli, ha le lacrime agli occhi. E riesce a scherzare:«Spero che non sia rubata…».

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