Vie dell’oro bianco
Alla scoperta delle rotte della cocaina verso l’Italia: con tre ospiti che stanno dalle parti opposte della barricata, tra ovuli, tossici del futuro, e pusher di cui non ci si può più fidare.
di Gabriele Ferraresi
Milano. Parto per Roma a un orario infame: viaggio in Frecciarossa e mi devo incontrare con Edgardo Giobbi, Direttore della II Divisione del Servizio Centrale Operativo del Ministero degli Interni. Parleremo di rotte del narcotraffico verso l’Italia e di quelle che fanno arrivare dalle nostre parti certe polverine sudamericane. Di come e dove si nascondono quella roba che a Milano si chiama barella, e che Saviano ha saggiamente rinominato petrolio bianco: per farla breve, di cocaina. Però volevo saperne di più, magari parlandone con qualcun altro: così nelle settimane precedenti ho incontrato alcune volte un pusher – uno che muove qualche kg al mese, non esattamente un narcos colombiano – e Riccardo Gatti, da anni a capo dei Sert, i Servizi per le Tossicodipendenze di Milano. Era interessante fare tutto questo perché mentre in UK Alex James, ex bassista dei Blur, partecipa a un reality in cui garrulo narra del suo milione di sterline speso in bamba, a Milano i quotidiani aprono con storie di ragazzini sui dodici anni che iniziano a snasare. E quella della coca tra i neanche teen, è una delle poche emergenze per le quali sembrerebbe lecito utilizzarlo, il termine emergenza. Chiaramente è quindi ignorata dai media mainstream, allarmismi stagionali a parte. Ne parlo con Riccardo Gatti, che a riguardo dei dodicenni, è perplesso: “Non è vero che l’età media si è abbassata: si è alzata, perché anche i quarantenni accedono alla cocaina, più che in passato. In zone disagiate da sempre ci sono stati ragazzini di dodici, tredici anni che si accostavano agli stupefacenti, non è roba nuovaâ€. Edgardo Giobbi invece, prima di raccontarmi di blitz allucinanti in cui con i suoi uomini ha bloccato aerei in decollo a Casablanca carichi di nigeriani zeppi di ovuli, mi spiega che l’abbassamento dell’età di accesso è uno dei fenomeni che più preoccupano chi indaga, e che è stata una delle leve che hanno fatto cambiare strategia. Più che i pesci grossi, si cerca di blindare la manovalanza, i “soldatiâ€. “Certo, vi sono casi di assuntori di stupefacenti prima della soglia dei 14 anniâ€.
PESCI PICCOLI
“Questo si è verificato negli ultimi anni, e vuol dire che c’è una disponibilità enorme e che c’è stato un prezzo molto diminuito. Io mi ricordo che qualche anno fa ci volevano 200mila lire per un grammo di sostanza tagliata al 30-40%. Quindi meglio colpire sulla strada: se in una città medio piccola come Piacenza vado a colpire una rete di pusher, prima che ritrovino altre dieci persone che spaccino, ci vogliono mesiâ€. Sul tema, avevo discusso anche col pusher – che chiaramente ha chiesto di mantenere l’anonimato – e aveva mostrato idee estremamente chiare. “Il mercato è molto cambiato. Prima di tutto, si è parcellizzato, nel senso che fino a una decina di anni fa avevi meno contatti, ma più fidati. Ti faccio un esempio: per quanto riguarda il fumo, le panette a Milano, un tempo avevano tre “marchiâ€: il pappagallo, il toro, e il logo della Porsche. A cosa servivano questi marchi? A molte cose: a far riconoscere il carico dalla polizia, nel caso ci fosse stato un sequestro, per esempio. E oggi? Non ci si può più fidare: è esplosa la moda dei freelance dello spaccio. Non è raro che trovi panette marchiate, ma che non sono poi quello che hai comprato. I tuoi contatti sono di più rispetto a dieci anni fa, diciamo che sono passati da tre – ma su cui potevi mettere la mano sul fuoco – a dieci, e tra questi becchi magari anche i bulgari che si fanno l’incidente in tangenziale con tre kg di cocaina in macchina. Gente su cui non puoi fare affidamentoâ€. Penso a queste tre persone che ho incontrato, se le vedessi in una sola stanza: uno che ha fatto della cura ai tossici la sua vocazione, un altro che vive spacciando, un altro ancora che vive arrestando. Chissà se andrebbero d’accordo, forse sì.
MAXISEQUESTRI
Giobbi ha lavorato nella DIA, negli anni d’oro. Adesso conduce operazioni che portano a sequestri che arrivano fino a settecento kg di cocaina. Qualcosa che varrebbe circa 35milioni di euro, al dettaglio, per strada. Mi spiega le rotte, e qualche trucco dei narcos. “Dal Sudamerica verso il Nord America, il passaggio è via Cuba e verso Miami, mentre verso l’Europa le rotte sono principalmente marittime. Se un tempo erano dalla Colombia e dal Venezuela verso l’Isola Margarita (spagnola, ma nei Caraibi) ora si parte da Venezuela e Colombia verso Capo Verde. Le imbarcazioni sostano a Capoverde, in rada, altre barche trasbordano su altre navi il carico, e dopodiché proseguono principalmente verso la Spagna. A volte in Italia abbiamo fatto sequestri di container in porto, a La Spezia, Gioia Tauro, parliamo anche di quintali, la massima punta degli ultimi anni sono stati 700kg di cocaina verso il porto di Livorno. In Spagna arrivano tonnellate, anche cinque-diecimila kgâ€. E viene in mente un delitto da film degli ultimi mesi, proprio a Barcellona: Leonidas Vargas Vargas, “El Viejoâ€, aveva perso un carico di 500kg. L’avevano arrestato, ma il giudice l’aveva scarcerato per una piccola operazione in ospedale. Prima dei chirurghi però sono arrivati due sicari del Caqueta Cartel, e l’hanno fatto secco. Non parlerà col giudice. Ma come si nascondono quintali di roba per un viaggio intercontinentale? Oltre alle leggende che tutti avremo sentito dall’amico sgamato che andava a sfasciare i mobili che arrivavano da lontano, intendo. “Una novità nel campo sono gli imprenditori: con lo schermo della loro attività importano cocaina. Mobili, legno, materiali ferrosi, prodotti lavorati, tutte aziende che hanno uno schermo di copertura di una lecita attività aziendale†e che occultano senza problemi qualche chilo di stupefacente. “Ne sono consapevoli, lo fanno loro… la diffusione è talmente vasta che anche gli imprenditori hanno capito che è un business. Sono molte le aziende che fanno attività lecita come schermo. Il traffico ‘pulviscolare’ invece, avviene in mille modi: la cocaina può essere sciolta nel profumo, nel whisky. Abbiamo trovato intrisi gli indumenti, intrisi i tappeti, c’è quello che ha il piccolo contenitore di profumo pieno. Un kg può anche essere nascosto nel corpo – body package, ovuli quindi, tornati di gran moda a quanto sembra – o in vasetti di cosmetici. Fanno una cinquantina di viaggi verso la Colombia ed è fattaâ€. Una cinquantina di viaggi piccoli invece di uno solo grosso. E i sequestri servono a qualcosa? Fermano circa il 10% della produzione planetaria, che è di 997 tonnellate l’anno, almeno secondo le stime dell’ONU.
IL PREZZO? A MILANO
I sequestri non sembrano preoccupare il nostro spacciatore, l’uomo di cui non si può fare il nome. Gli chiedo di due grosse operazioni di polizia dell’estate scorsa, in cui a Milano furono tolti dal mercato 300 kg di cocaina. Roba da niente. “Non influiscono assolutamente. Nella maniera più assoluta. Non mi ricordo di avere avuto nessun problema. In una piazza come Milano, sono problemi che non esistonoâ€. Già , a Milano, dove si fa il prezzo della sostanza, è un traffico tutto in mano alla ‘ndrangheta, che gestisce i contatti con i cartelli anche per Cosa Nostra e probabilmente, anche se al momento non esistono evidenze investigative, per la Camorra. Parla Giobbi: “Difficile dire quando è iniziata l’alleanza tra ‘ndrine e narcos: una collocazione precisa non si può fare, noi veniamo a conoscere di una alleanza diretta tra calabresi e colombiani negli anni ottanta, soprattutto con la collaborazione di pentiti importanti della mafia siciliana. Riusciamo a scoprire questo gentleman agreement tra colombiani e calabresi, da cui passa anche Cosa Nostra. C’è un rapporto consolidato, il colombiano si fida del calabrese, che è riservato, mantiene i patti. Le ‘ndrine si sono insediate anche in Sudamerica e in Spagnaâ€. E finisco per parlare anche con Edgardo Giobbi dell’unica cosa che li ha messi tutti d’accordo, finora. Il ritorno dell’eroina. Gatti, dalla torretta d’osservazione dei Sert milanesi, si è passato gli 80’s nel modo peggiore, ovvero curando i tossici di strada.
Quando ci eravamo incontrati mi aveva raccontato: “Tornerà l’eroina. Motivo? Per i giovanissimi potrebbe essere un prodotto interessante. Visto che non hanno ricordi degli anni ottantaâ€. Già , lo spruzzo, Pete Doherty a parte, è terribilmente out. “Può essere fumata. Ma l’eroina provoca rapidamente tolleranza, necessità di aumentare il dosaggio, e quindi molto più facilmente porta a una situazione di dipendenza. Il parco eroinomani è invecchiato e c’è una situazione irrisolta in Afghanistan: che ha prodotto moltissimo, ed è ragionevole pensare che il consumo di prodotti più stabilizzanti, come appunto l’eroina, ci siaâ€. Il pusher è molto più tranchant. “Imminente ritorno dell’eroina? Roba che è già in corso da tempoâ€.
ROTTE BLOCCATE
“Da almeno cinque anni. Solo che ovviamente non si tratta di eroina iniettata. Fumata, neanche le persone più rovinate che conosco si bucanoâ€. A buon intenditor. E anche un intenditor ancora migliore come Giobbi, mi racconta la stessa storia. “C’è già , il ritorno dell’eroina: esploderà nei prossimi anni, a causa della produzione afghana. Io posso dire che malgrado le attività , anche di intervento chimico, delle piantagioni in Afghanistan, il quantitativo di produzione non è affatto diminuito – se non aumentato – e tra l’altro in Afghanistan si produce l’ottanta per cento dell’eroina mondiale. Ora le esportazioni però vanno verso la Cina, perché verso l’Europa hanno un problema tecnico notevole: si è interrotta la rotta balcanica, a partire dalla guerra in Jugoslavia. Le rotte alternative si sono interrotte con la guerra, e lì l’eroina è diminuita in Italia. Ora si passa dalle repubbliche caucasiche, è un giro complesso, meno oliato di un volta, quando i turchi avevano una posizione prevalente. Di turchi che gestiscono traffico di eroina, non ce ne sono piùâ€.

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