L’isola di Whites
La patria degli All Blacks è culla anche degli All Whites, ora in Sudafrica a giocarsi il Mondiale di calcio. O almeno ci provano.
di Lorenzo Lucon - foto di Stas Kulesh
IL FINALE DEL REPORTAGE SULLA NUOVA ZELANDA PUBBLICATO SU MAXIM DI GIUGNO
(...) Imprevisti che accadono anche sui campi di calcio, luogo decisamente meno sacro per la nazionale neozelandese, che avrà il suo bel da fare per raggiungere l’obiettivo minimo, cioè fare almeno un punto nel girone eliminatorio, superando la deludente partecipazione a Spagna ’82, quando subì tre sconfitte in tre partite. Bisognerà fare i conti con gli avversari e soprattutto con la qualità dei propri giocatori, ai quali piacerebbe essere ricordati non solo come i fratelli poveri del rugbista Jonah Lomu o dello skipper Peter Blake. La qualificazione raggiunta nel novembre scorso dopo un drammatico spareggio contro il Bahrain, è stata un’impresa seguita in tutto il paese che ha potuto festeggiare il pass per il Sudafrica, a distanza di 28 anni dalla prima e unica partecipazione ad un Mondiale. Risultato celebrato con tanto di Haka presa in prestito, almeno per una notte, ai più famosi All Blacks. L’importante ora è esserci, sembra sottolineare l’allenatore Ricki Herbert, anche se c’è chi spera in un risultato ad effetto per sollecitare il popolo neozelandese a prendere sul serio il calcio.
Una sfida dura da vincere, facendo parte di un paese la cui squadra principale, il Wellington Phoenix, gioca addirittura nel campionato australiano. Shane Smeltz, attaccante e giocatore simbolo degli All Whites, sprona la sua terra: “Amo questo gioco e non c’è niente di meglio che vedere i propri figli piccoli giocare a calcio in un paese dove in passato la maggior parte della gente sarebbe stata ad una partita di rugby o altri sport. Ora – prosegue – il calcio è in ascesa e certamente andare a giocare un Mondiale significa molto per tutto il paese”. Parole che servono a dare coraggio a un popolo che, complici le risicate dimensioni e la posizione geografica, risente dei paragoni con Australia e Stati Uniti, le sorelle maggiori calcisticamente evolute negli ultimi anni e dove il soccer ha già guadagnato rispetto e considerazione. Proprio in questi due paesi molti giocatori dilettanti neozelandesi frequentano college e giocano nei campionati locali nel tentativo di darsi quelle opportunità che il proprio paese non concede. Una nazione i cui cittadini non respirano profumi di vittorie calcistiche, ma possono contare su altri invidiabili privilegi. E se il football non riuscirà a sfondare? Poco importa, la qualità della vita non ne risentirà . Quel paradiso di terra che regala paesaggi selvaggi e bellezze naturali uniche continuerà ad esistere anche senza una passione. Ce ne sono altre per cui vale la pena vivere. E ad Auckland e dintorni se ne intendono.



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