Mandela - Liberate l’uomo nero
Freeman Nelson Mandela. Versione Eastwood.
di Gabriele Ferraresi
Vent’anni fa andavo a Spasso con Daisy, black and proud sulla (sua) Cadillac. Mi chiamavano Hoke. Avevo fatto di tutto nella vita, comprese alcune cose che forse ignorate: il meccanico in una base aerea, l’impiegato che si occupava di trascrizioni in una università di Los Angeles per tirare a campare, e non solo. Ribaltarmi svariate volte, il 3 agosto 2008, a bordo della mia Nissan Maxima. Un mezzo che ho sfasciato completamente, spaccandomi anche varie parti del corpo, tra cui: gomito, spalla e braccia. Sono stato Dio, anche se solo in un film. Non ti aspettavi che fossi nero, eh? Invece sorpresa, quello che preghi quando te la passi male, è un Signore color cioccolata. Come quell’altro signore, che si è fatto qualche decennio di galera in Sudafrica, la terra dei primi mondiali di calcio piazzati dalla FIFA nel continente dal quale arriviamo tutti quanti: l’Africa.
Nel mezzo 46664, il numero stampato, il codice di una prigionìa entrata nella storia, diventata un Nobel per la Pace sensato, nel 1993, al contrario di uno degli ultimi, assegnato sempre a uno non proprio chiaro di carnagione. Anche a Clint Eastwood deve essere piaciuta questa storia. Infatti ci ha tirato fuori Invictus, sulla vita di Mandela. Così dopo Dio, divento Mandela. Un tipo tutt’altro che pacifico, al contrario di quanto sostenga la vulgata banalizzante, l’aurea che ha circondato il personaggio che entrerà nei libri di storia. Azioni di sabotaggio, raccolte di fondi per la liberazione e la lotta armata in Sudafrica, messaggi dal carcere come “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”. Tra incudini, martelli, armate e azioni di massa, quella delll’uomo che ha pacificato il Sudafrica è anche una storia che ci racconta altro. Che la pace, a volte, non la si raggiunge solo con la non-violenza.

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