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Dopo una stagione in NBA con i Golden State Warriors trascorsa in panchina, Marco Belinelli respira aria nuova: minuti, punti, fiducia. Perché negli States il made in Italy tira…

di Joni Scarpolini - foto di Nicolò Minerbi

Il parquet non è piĂą lucido come l’anno scorso. Ora ci sono le impronte delle sue scarpe, ci sono i segni dei suoi palleggi. Marco Belinelli è tornato in campo a pieno regime dopo una stagione, quella 2007/2008, vissuta a scrutare il profilo di Don Nelson da molto vicino, seduto al suo fianco sopra la panca. Il coach dei Golden State Warriors gli lasciava le briciole: su 82 partite della Regular Season il “Beli” ne ha disputate appena 33, girovagando sul terreno di gioco in media 7 minuti e poco piĂą. Una miseria per qualunque cestista. Figuriamoci per colui che era sbarcato negli States con le credenziali del miglior talento italiano esportato oltreoceano. Quest’anno le cose sono cambiate. In meglio. Anche perchĂ© peggio di così non potevano andare.

Un inizio stentato. Come mai? 
Era la prima volta che entravo a far parte di una squadra straniera e ho incontrato molte difficoltĂ  a livello ambientale. Per me era tutto nuovo, a partire dal modo di allenarsi e di giocare. E poi, fuori dal campo, anche le persone con il loro stile di vita mi erano diverse. Ho dovuto rivoluzionare le mie abitudini, non solo professionali.

E oggi?
Ora sto benissimo qui in America. Mi sento maturato sotto parecchi punti di vista. Anche la squadra è nettamente migliorata: eseguiamo movimenti più fluidi e facciamo molti più canestri rispetto alla scorsa stagione. Inoltre divertiamo la gente, che è la cosa più gratificante per noi giocatori.

Sei alla svolta.
Sì, per me è un anno cruciale. Ma sono sereno perché sento la fiducia da parte di compagni, allenatore, società. Mi è stato prolungato il contratto per altri due anni, un attestato di fiducia nei miei confronti. Non posso dirti quanto giocherò, cosa conquisterò. Sicuramente sono partito meglio dell’anno scorso. Anche se ci voleva poco…

Hai il vento in poppa: Monta Ellis è ko. Brutto dirlo, ma è un’occasione da non perdere…
Monta si è infortunato l’estate scorsa, adesso è pronto a rientrare. Questa spiacevole circostanza mi ha aiutato molto, non posso negarlo. E io sto dando il massimo per non far rimpiangere la sua assenza. Devo continuare a rimanere concentrato, dall’allenamento alla partita.

Da est a ovest, metti in fila le tue rivali NBA.
Nella Eastern Conference temo Detroit. Nella Western vedo favoriti i Lakers, poi New Orleans e occhio alla sorpresa Portland.

Tu, Bargnani e Gallinari. Come viaggia il made in Italy?
Portiamo qualcosa di speciale. Siamo solo in tre, ma possiamo fare da trampolino di lancio per i moltissimi giovani che sognano l’NBA. Per me è  un onore giocare fra tanti campioni. Qui la gente si chiede spesso come siano i giocatori europei e c’è particolare curiositĂ  sui giocatori italiani.

Questione stranieri nel nostro basket. La tua opinione.
I giovani talenti dovrebbero avere la possibilitĂ  di dimostrare il loro valore, che siano italiani oppure no.  Ma non posso sbilanciarmi perchĂ©, nel mio caso, io qui sono uno straniero. Poi è vero che a molti piacerebbe vedere solo giocatori italiani. Ma perchĂ© negare a giovani interessanti di altri Paesi la possibilitĂ  di esprimersi su grandi livelli?

Dino Meneghin è commissario straordinario della Federbasket. Lo vorresti come presidente?
Sì. Conosco Dino, è  una persona esperta e saggia, secondo me l’unica in grado di risollevare una pallacanestro italiana in crisi.

Cosa ti manca del Belpaese?
La Pasta! Ma soprattutto ci sono momenti in cui sento nostalgia della famiglia e degli amici.

E cosa ti piace degli States?
Le schifezze da mangiare! Ma non dirlo a Don Nelson, sennò mi rispedisce subito in panca!  Adoro la cittĂ  in cui vivo, San Francisco: semplicemente stupenda. E poi ho legato molto con gli italiani che vivono qui e che vengono a vederci nei palazzetti sempre pieni di entusiasmo.

Sei scaramantico?
No, però una cosa che faccio sempre prima di scendere in campo è mangiare. Non è un rituale, è che devo avere lo stomaco pieno per rendere al top.

Se non avessi fatto il cestista?
Avrei aperto un negozio di abbigliamento.


Guardate come il Beli si beve i Lakers : 14 punti dell’asso italico e i Warriors vincono 114 a 106

 

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