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Cesare Cremonini si è messo al volante di una Zonda F. Per svelarci che la vita è una gara in cui vince chi perde tempo.

di Gabriele Ferraresi - foto di Tony Hassler


La Vespa 50 Special, in commercio dal 1969 al 1982, sviluppava la ridicola potenza di circa 3 cavalli, borbottava fino ai 60 km/h, e su ebay se ne trovano modelli in ottime condizioni a circa 1500 euro. Una Pagani Zonda F, l’entry level nell’empireo - spesso per chi ha già un garage sfondato da Ferrari e Lamborghini - al banco si assesta su 650 cavalli, tira da 0 a 100 km/h in 3,6 secondi, e blocca il tachimetro a 345 km/h: per portarvela a casa vi conviene, primo, mettervi in fila (ne fanno una ventina l’anno) e secondo, staccare un assegno di circa un milione di euro tasse incluse. Se non vi basta, c’è la Zonda R, la versione corsa, un proiettile di carbonio e avional alleggerito e potenziato di un centinaio di altri cavalli, in vendita alla modica cifra di 1,4 milioni di euro: rilassatevi, i quindici esemplari prodotti sono già stati assegnati. Se preferite sognare invece, basta andare a visitare la fabbrica della Pagani, a San Cesario sul Panaro, vicino Modena: Maxim ci ha portato Cesare Cremonini, per testare se il nostro ex Lunapop sia giusto un tipo da cinquanta special o qualcosa di più. Gli indizi c’erano, vista anche la partecipazione al Rally di Monza, su una Punto 1.6 Abarth: ma qui è diverso, perché siamo in quella no man’s land in cui le macchine non sono mezzi di trasporto, ma illuminazioni intelaiate su un materiale composito antico: i sogni. Nella reception dove languono un paio di Zonda tirate a specchio e altro materiale suppongo inestimabile (un chopper artigianale con finiture in carbonio, uno stereo assurdo a forma di motore che ridicolizzerebbe un catalogo Bang & Olufsen, un pianoforte, un’auto da corsa costruita pezzo per pezzo da Pagani negli anni settanta) arriva Cesare Cremonini. Si materializza istantaneamente Horacio Pagani – minuto, occhi guizzanti, modi di fare da genio rinascimentale, padrone di casa - lo accompagna nelle linee di produzione, asettiche, mentre Cesare ascolta, con gli occhi che si accendono davanti ad un altro essere umano che è riuscito a plasmare la realtà più o meno a suo piacimento. “Ho fatto il Rally di Monza sì…” mi spiega il signor cinquanta special “ma questa è davvero un’altra cosa, un’opera d’arte, stupenda, non vedo l’ora di salire” e nell’aria si diffonde quella strana euforia che c’è quando ti trovi di fronte a qualcosa di stupendo, inimmaginabile: pensate ad un bulimico che rimane chiuso in una pasticceria un venerdì sera, e ha di fronte tutto il weekend. Stessa cosa.

CANZONI AERODINAMICHE
Finiamo in un capannone per gli scatti del servizio, e per strada con Cesare parliamo dei suoi progetti futuri: di quanto ci sia un effetto perverso in chi vive vendendo su cd i propri sentimenti. Nel senso che li sublimi in una canzone, che poi impiega un anno ad arrivare sul mercato, e quindi – se poi ha successo - ne sei perseguitato a vita: e non riesci mai a elaborare. Vivi in una specie di eterno passato che ritorna. Come le Zonda, che Horacio ha forgiato partendo dai suoi onirismi di bambino, dalle gt anni 70: mi spiega serafico che “Le macchine di quei tempi erano belle, sinuose, come il corpo di una donna, non erano deformate dall’aerodinamica”. E ha ragione perchĂ© le Formula 1 di oggi fanno schifo, rispetto a quelle di un paio di decadi fa. Stacco il registratore ed entriamo in un altro capannone, poco distante, in cui ci sono una decina di Zonda affiancate – anche quella del record al Nurburgring del 2007 -  coperte da un telo. In piĂą, la Jaguar E-Type spider di Pagani, una reliquia che i suoi stessi figli hanno timore di scoprire dal telo. Cremonini sale per qualche scatto: e stuzzica il mostro, un blocco di materiali aeronautici da fantascienza alto 12 cm da terra. Ha la faccia del bulimico in pasticceria di cui dicevo poco sopra. Dai quattro scarichi del propulsore – un AMG da 7.3 litri, fornito grazie all’intercessione, decenni fa, di Juan Manuel Fangio con la Mercedes – schizzano gocce di carburante incombusto, olio, e il sound è quello di un paddock a Monza. Uscita dal cancello, la Zonda e Cremonini scompaiono sulle statali vicino Vignola. Al ritorno, c’è una specie di calma post orgasmica e i commenti, le domande che si possono fare sono quasi superflue. “Impressionante, mai visto niente del genere, spaventosa: abbiamo fatto un giro per le strade qui intorno, vicino San Cesario e verso Vignola, non ero mai stato su niente del genere” mi spiega, mentre ripenso a quanto mi era sembrato scomparire – Cremonini sarĂ  alto piĂą di un metro e ottanta - nell’abitacolo di quella scheggia alta una spanna da terra, capace di arrivare a 350 all’ora. Mentre torniamo a sbavare nella reception Pagani, gli chiedo se abbia intenzione di cambiare macchina e sorride, che poi la gente si immagina personaggi come lui ad ammassare Carrera GT, Ferrari FXX, e Lamborghini Murcielago in box, e lui cortese, spiega che non è proprio così “Magari! Mica me la posso permettere, è un sogno, tutto qui: solo un’opera d’arte e solo quello, non smetterei mai di guardarla” e cazzeggiamo un attimo tornando a prima, quando gli erano caduti gli occhiali sulla fiancata di una di quelle sculture su cerchi in lega da 19’’ – anteriori – e 20’’ della reception. Pagani poco prima aveva spiegato di ritenersi un artigiano, con l’umiltĂ  che hanno i grandi uomini, e anche Cesare Cremonini approva: “Anch’io, piĂą che una rockstar come dici tu, mi reputo un artigiano, giusto a proposito di quello che diceva Pagani. L’arte del creare è una pratica che ha bisogno di grande esercizio. E l’esercizio necessita anche delle pause: se vogliamo dare della qualitĂ  a quello che facciamo, serve anche perdere tempo”. Soprattutto se puoi fare da zero a cento in 3,6’.

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