Olimpo di primati
I Giochi di Pechino sono alle porte. Ripercorriamo la storia a cinque cerchi tra record e bizzarrie.
di Joni Scarpolini
Se oltre al tuo Paese tiferà per te anche Zeus, sta’ sicuro che sarai “citius, altius et fortiusâ€. Cioè, come dicevano i latini, il più veloce, il più alto e il più forte. Perché se per Pierre de Coubertin (colui che nel 1892 resuscitò con le sue stesse mani e con il suo stesso portafoglio le Olimpiadi greche) l’importante è partecipare, per quei partecipanti con in mente solo oro e alloro l’importante è vincere, poche storie.
Poi va a finire che, con questo chiodo fisso del “ciao mamma sono arrivato unoâ€, al numero uno ci rimani per sempre: gli antichi greci dicevano addirittura che il vero vincitore non vince una sola volta nella vita ma difende la sua vittoria ogni giorno sfidando la morte.
Vabbè, senza esagerare, i record-men che hanno fatto la (ultra-centenaria) storia olimpica sono atleti così cocciuti che prima di buttarli giù dalla torre devi armarti di santa pazienza (quattro anni in sala d’attesa) e di sconfinato zelo (istruzioni per l’uso contenute nella serie Rocky). Un intero numero di Maxim non basterebbe a raccontarne le gesta. Eccovi allora le più curiose.
Dalla notte dei tempi risaliamo al greco Spiridon Louis, il primo maratoneta dell’era moderna a trionfare ai Giochi: la sua fuga solitaria ad Atene 1896 fece scomodare persino il re Giorgio I, che si alzò in piedi sventolando il cappellino. Louis fu padrone di casa in un’edizione a cui non potevano partecipare (come nell’Antica Grecia) le donne. Beh, noi maschietti non ci siamo persi niente.
C’è sempre una prima volta: quella del doping a cinque cerchi accade a Saint Louis 1904. Il record in negativo (o in positivo?) è del maratoneta-cow boy Fred Lorz, che dopo aver intascato il metallo più prezioso confessa di essersi fatto trainare per buona parte del percorso da un carro. Lui lo chiamava carro, in realtà era una sostanza stimolante. Certamente non Red Bull.
A Londra 1912 lo statunitense Horine s’inventa lo stile ventrale nel salto in alto, diventando il primo uomo a superare i due metri: a volte è meglio ragionare di pancia che di testa.
Tutte le strade, comprese quelle olimpiche, portano a Roma: nel 1960, mentre il maratoneta etiope Abebe Bikila conquista la Capitale facendosela dal Campidoglio all’arco di Costantino a piedi nudi, il russo Vlassov solleva in tre riprese 537 chili guadagnandosi l’epiteto di Ercole (rigorosamente) de Roma.
A Mosca 1980 l’inglese Sebastian Coe stabilisce a tamburo otto primati nel mezzofondo con degli scatti finali che nemmeno Speedy Gonzales. A Seul 1988 la rumena Silivas (ginnastica) pesca tre ori in sessanta minuti: chi ha tempo non aspetti tempo.
Mettere in discussione i 9â€84 nei 100 del canadese Bailey e i 19â€32 nei 200 di Michael Johnson (Atlanta ‘96) sembra un sacrilegio. A Pechino ci proveranno quattro eretici: i giamaicani Powell e Bolt, l’americano Gay e il nostro Howe (se la sua coscia smetterà di fare le bizze). Tra le femminucce, i record nei 100 (10â€62) e nei 200 (21â€34) firmati Florence Griffith (Seul ‘88) sembrano fantascienza. E per ora, tra le flash-girl, la fantasia scarseggia.
Senza pinne nè fucile ma con gli occhiali, Magnini e Rosolino vanno come pirati all’arrembaggio dei 47â€84 nei 100 stile libero dell’olandese Hoogenbaand. Tornando sulla terraferma, quattro anni fa ad Atene il cinese Liu Xiang non conosceva ostacoli e faceva suo il primato di 12â€92 nei 110 ostacoli. Appunto.
Il volo d’angelo del signore degli anelli Yuri Chechi ad Atlanta ’96 fa invidia pure a Icaro. I tre ori olimpici di Antonio Rossi (double negli Usa, uno a Sydney 2000) li bramerebbe pure un sultano. Il 39enne canoista, portabandiera in Cina, insieme a Giovanna Trillini è l’atleta italiano più medagliato e come la schermitrice non casca dall’olimpo del podio dal ‘92. Zeus, dall’8 agosto, sa già per chi tifare.


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