Pace ribelle
Si dichiarano non violenti: nella Birmania orientale, a un anno di distanza dalla guerra civile, i Free Burma Rangers si oppongono alla dittatura militare.
COME PROMESSO SU MAXIM DI MAGGIO ECCO IL FINALE DEL NOSTRO REPORTAGE
Testo e foto di Carsten Stormer
Nei campi non si può mietere e nemmeno coltivare, o verrà dato fuoco al raccolto. Tutto ruota intorno alla raccolta di notizie e di voci. Chissà se i soldati si sono allontanati di nuovo? Dove si trova ora l’esercito? Ci sono state nuove battaglie, nuove cacciate? Sono domande che definiscono il corso della giornata. Perché il futuro arriva al massimo fino al mattino seguente. Poi, via telefono satellitare, arriva la notizia che in un villaggio a tre giorni di cammino una bambina di sette anni è stata violentata e uccisa.
Eh Ka Lu stende sul pavimento una stuoia di rafia e prende dallo zaino disinfettanti, pastiglie e siringhe. Indossa una maglietta nera con la scritta “8.8.88â€, in ricordo della sollevazione popolare che avvenne in Birmania nell’agosto di vent’anni fa. Come un lavoratore a cottimo, estrae denti, raschia ferite purulente, incide ascessi, tasta addomi, somministra iniezioni, anestetizza carni incancrenite. Altri volontari distribuiscono coperte e zanzariere, costruiscono gabinetti di fortuna, regalano pacchetti di zuppa pronta e stecche di cioccolato. Montano cellule fotovoltaiche, orientano satelliti verso il cielo, digitano sulle tastiere dei computer portatili: apparecchiature moderne, pronte a mettere tempestivamente in rete le prove dell’ingiustizia. Di questo passo, la notte arriva presto.
Oggi Eh Ka Lu ha visitato più di duecento pazienti. Sta per rifare i bagagli, quando un uomo lo prega di entrare in una capanna di bambù. C’è odore di sudore, di pus, di sangue. He Gey Say, ventidue anni, il viso stravolto da una smorfia di dolore, è distesa sul pavimento in una pozza di sangue. Ha le gambe gonfie come palloni, è ormai più morta che viva. Ha appena abortito. Eh Ka Lu le sorride e le parla con dolcezza, mentre per lunghi minuti cerca di trovare una vena per attaccare una flebo nel braccio floscio. Sbriciola qualche pastiglia e la fa sciogliere in un po’ d’acqua bollita; poi la fa scendere, goccia dopo goccia, nella bocca della ragazza. “Per il doloreâ€, dice, spostandole una ciocca di capelli dal viso madido di sudore. Più di così non può fare, e questa cosa lo rende furibondo. Se fosse un medico vero e proprio, forse adesso la ragazza avrebbe tra le braccia il suo bambino. O almeno potrebbe sopravvivere.
Chi vuole diventare un Ranger deve saper leggere e scrivere. Le nuove reclute fanno un corso di addestramento intensivo di due mesi in una località segreta della Birmania. Imparano a mettere le flebo, a tagliare un’appendice infiammata, ad amputare le gambe. Il programma prevede anche che imparino a consultare le cartine, a far funzionare un GPS e a disinnescare le mine, oltre a lezioni di tecniche di interrogatorio, scrittura di rapporti e nuoto. È come quando si studiano parole nuove: ogni giorno si ripete tutto, finché i nuovi arrivati non hanno imparato il linguaggio della guerra. Dopo tutto questo, chi vuole ancora partecipare si impegna per un periodo che va dai due ai quattro anni, di propria spontanea volontà , senza percepire alcun pagamento. Ma la cosa più importante è questa: se l’esercito birmano attacca un villaggio, nessuno fugge. “Noi non piantiamo mai in asso le persone. Rischiano tantissimo per aiutarciâ€. Per questa ragione alcuni Rangers hanno con sé delle armi: kalashnikov cinesi, M16 americani, pistole e coltelli. “Però le armi ce le dobbiamo procurare per conto nostroâ€, spiega Eh Ka Lu.
L’anno scorso sono morti quattro Rangers: uno catturato e torturato a morte dai soldati, un altro saltato su una mina, il terzo ucciso dalla malaria, il quarto annegato nel fiume Salween. Paura? “A volte sìâ€. Speranza? “Quella non piùâ€. Deve averla persa da qualche parte, nella giungla. Eh Ka Lu sta in Birmania otto mesi l’anno e passa gli altri quattro a recuperare le forze in un campo profughi in Thailandia. Non vede i suoi due fratelli da due anni. Alla sua ragazza, ormai, restano solo le fotografie.
Eh Ka Lu è orgoglioso di essere un Ranger, di fare parte di un insieme, di un’impresa che sarebbe troppo grande se fosse solo. Essere un Ranger ha dato un senso alla sua vita. Qualche centinaio di persone contro una dittatura militare: a questo pensiero, un sorriso gli attraversa il volto, fulmineo. Il suo lavoro non cambierà certo la situazione. “Tuttavia, per le persone che curo fa la differenza. Continuano a vivere… ed è solo questo che contaâ€. Negli ultimi dodici anni i Rangers si sono presi cura di più di settecentomila persone. Prima o poi, quando la guerra sembrerà solo un incubo lontano, una macchia di sporco da cancellare, Eh Ka Lu vorrebbe studiare medicina all’università . “Ma forse sono già troppo vecchioâ€, dice. Si assopisce, con gli occhi cerchiati dalle occhiaie. Ma qualche secondo dopo si scuote e si alza in piedi. Torna a visitare la ragazza che ha appena abortito.

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