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Vinile alla riscossa
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L’mp3 la fa da padrone?
Non è sempre così. Sempre più cultori nostalgici stanno riportando in voga il buon vecchio vinile.

Di Lorenzo Faggi

È umano, quasi fisiologico. Per ogni tendenza che spinge mode e consumi di una società in una certa direzione, se ne svilupperà un’altra di segno diametralmente opposto, chiamata ‘controtendenza’. Lo dice il vocabolario: orientamento culturale o ideologico opposto a quello dominante. È così nell’abbigliamento, nell’architettura, nell’economia, nel cinema e nella letteratura. Ed è così anche per quanto riguarda la musica e i suoi supporti. Se in questi ultimi anni si è fatto di tutto per rendere il suono qualcosa di microscopico, impalpabile e volatile, immagazzinandolo in enormi playlist tascabili grazie ai lettori mp3, o commerciandolo via internet scisso dal suo supporto materiale (il cd), è notizia di questi mesi che le vendite del vinile, un supporto praticamente dato per estinto, obsoleto retaggio di un epoca remota, viaggino ad altissimi trend di crescita. Qualcuno parla addirittura di un + 250% per l’anno 2007. Basta dare una breve occhiata alle ultime uscite discografiche per capire che qualcosa nel panorama sta cambiando: se l’LP più venduto risulta il classico Abbey Road dei Beatles, nella top ten figurano anche gruppi che piacciono soprattutto ai più giovani, come i The Killers e i My Chemical Romance. Vasco Rossi ha fatto stampare 4000 vinili del suo nuovo lavoro Il mondo che vorrei, a fronte delle 9000 richieste pervenute, esaurite in un battito di ciglia. Ed Elvis Costello ha venduto il recente album Momofuku solo attraverso downloading e su vinile, snobbando il consueto supporto cd. Cosa sta succedendo al mercato musicale in perenne crisi di astinenza da risultati? Il ritorno del vinile è un credibile segnale di ripresa o l’ennesimo inconsistente trend del momento?

VINIL TREND
“Tutti e dueâ€, afferma Alessandro Cutolo, titolare della storica stamperia milanese Elettroformati s.r.l., l’unica (!) stamperia di vinili rimasta in tutto il Sud Europa (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia). “Da una parte si assiste a una saturazione degli ascolti miniaturizzati, che spinge la gente a riscoprire supporti più classici. Questi supporti restituiscono alla musica la componente ‘fisica’ che l’mp3 le aveva levato: la gente ha bisogno di ‘toccare’ e ‘vedere’ quello che ascolta. D’altra parte, come spesso accade, si tende a mitizzare, a fare del vinile un emblema nostalgico dei bei vecchi tempi andati. E questo è sbagliatoâ€. Sarà, ma quello che fino a poco tempo fa era considerato il brontosauro della storia musicale - grosso, ingombrante, imperfetto in quanto pieno di fruscii - adesso si sta diffondendo a macchia di leopardo anche in fasce di pubblico insospettabili, che giocavano ancora agli indiani quando il vinile fu spostato in cantina per i più moderni lettori cd.

QUESTIONE PSICO-ACUSTICA
“Una delle domande più frequentiâ€, continua Alessandro, “è se è vero che il vinile suona meglio del cd. Ma questa è una domanda a cui è difficile dare una risposta precisa. È vero che il disco in vinile ‘taglia’ le frequenze audio sotto i 5000hertz e sopra i 22000hertz, convogliando all’orecchio umano uno spettro di frequenze più ampio di quello del cd, che sopra i 14000 hertz fatica ad arrivare. Ma non bisogna scordare che il suono digitale è molto più limpido, pulito e cristallino. Asettico per i suoi detrattori e per i difensori a spada tratta dell’analogicoâ€. E qui sta il vero nocciolo della questione: la componente psico-acustica. “Nel vinile la riproduzione delle frequenze è meccanica: una puntina incide un solco, trasmette un segnale a un amplificatore che lo riproduce. Il processo è analogico e intrusivo: i fruscii della puntina e le imperfezioni sono parte integrante della musica che esce dalla casse. Ma questo da un effetto di indescrivibile calore, mentre il suono digitale del cd appare freddo, impersonale, sterilizzatoâ€. E poi c’è la componente ‘oggetto-feticcio’ di cui si parlava sopra: il vinile e il cd sono entrambi supporti materiali, ma grazie alle sue dimensioni il vinile appaga questo bisogno di fisicità in maniera molto più esaustiva rispetto al cd. Guardate la copertina di un album prima su un vinile e poi su un cd: la differenza è impietosa.

POLLICE NERO
“Se fino a 5 anni fa il 70% della produzione di vinile era destinata ai dj professionisti, oggi questa percentuale è scesa al 40. Non per una calo della domanda di questo settore, ma per un aumento della quota dei vinili destinati al pubblico, salita al 40%. La vera novità è che il classico lp adesso si trova anche nei megastoreâ€.
E noi ci siamo andati, fotografando una situazione che presenta luci e ombre. Se nei negozi specializzati i vinili hanno da sempre rappresentato uno snodo focale nella geografia del punto vendita, attirando gli sparuti ma fedeli collezionisti e appassionati del settore, nei megastore come Fnac, Mediaworld o Feltrinelli i vinili sono ancora marginalizzati. Le uniche nuove uscite sono i 7 pollici (45 giri) dell’ultimo singolo di Vasco. Ma è anche vero che i commessi sono testimoni di un numero sempre maggiore di richieste, e nel reparto hi-fi è praticamente impossibile non trovare un giradischi in esposizione, mentre qualche anno fa questi oggetti erano fuori catalogo.

FUTURO O PASSATO?
“Per il momentoâ€, dice Alessandro “il business che impazza su internet è quello dei falsi d’opera. Vecchi titoli di catalogo come Beatles, Doors, Louis Armstrong, che vengono venduti come originali d’epoca anche se sono falsi, realizzati da stamperie che così facendo arrotondano le entrate di un mercato fino a poco tempo fa in agoniaâ€.  E per il futuro? Questo è un enigma che ancora nessuno è in grado di risolvere. Molto dipenderà dalla misura in cui le major discografiche punteranno su questo supporto come via uscita dal tunnel della depressione commerciale (si ricordi che un cd si copia con un semplice masterizzatore, mentre per un vinile bisogna andare in fabbrica!), e da quanto le superstar della musica vorranno e sapranno influenzare il mercato con le loro scelte. Intanto, nel suo studio officina che pare uscito da un set di archeologia industriale, con macchine e strumentazioni che molti oggi definirebbero dotate di un arcaico fascino vintage, Alessandro non se ne preoccupa più di tanto. Ha attraversato momenti duri, e non lo spaventa il fatto che questa nuova infatuazione del mercato possa sgonfiarsi da un momento all’altro come un sufflè venuto male. “Questo lavoro è una passione. Se lo facessi solo per soldi avrei già smesso da tempoâ€. Eppure, nonostante l’età e un progresso tecnologico fermo al palo da più di vent’anni, il vinile continua a esercitare un incredibile fascino. “La cosa più strana, assurda, inverosimile, che mi fa sorridere e inorgoglire al tempo stesso quando ci penso, è che il nostro è un lavoro totalmente anacronistico: si parla di fare le carrozze quando gli altri vanno in giro con le Ferrari. E la gente le compra!â€

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