Bravo in modo assurdo

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Terrore italiano Musica

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-21: Croft, donna cannone (2003)

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Run in corsa verso i fan Evento

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Liberi tutti
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Liberi tutti

Un programma di Mtv, Rock in Rebibbia, ha portato la musica in prigione. Artisti veri a suonare coi detenuti per formare un vera rock band e tenere un concerto finale. Idea incauta? Tutt’altro. L’uomo che l’ha messa in piedi ci spiega com’è andata.

di Axel Fiacco - Responsabile Editoriale di Mtv Italia

Quando si è aperto per la prima volta il portone di Rebibbia, nessuno sapeva dire con certezza cosa avremmo trovato là dentro. Era il dicembre del 2007 e l’idea era di costituire una rock band all’interno del carcere. Lo spunto originario veniva dal luogo forse in assoluto più in contrasto con quello spoglio e austero insieme di edifi ci protetti da inferriate e spesse mura.
Nel rutilante mercato di format televisivi di Cannes dell’aprile 2007 mi ero imbattuto in una piccola ma coraggiosa casa di produzione basca che aveva appena finito di girare un altrettanto piccolo ma coraggioso programma: El Coro de la Carcer. Mtv ha sempre cercato di portare la musica là dove la musica non trova facilmente accesso, e, da questo punto di vista, la prigione costituiva davvero una bella e grande sfida.
Se infatti è vero che, come si dice, la musica rende liberi, questo deve essere ancora più vero in un posto in cui, per ragioni perfettamente ovvie, la libertà viene a mancare per definizione.
Certo, quello del coro a cappella non è il linguaggio musicale più vicino alla nostra rete (e forse nemmeno ai prigionieri); il rock, invece, ci sembrava assolutamente adatto per quel posto, così scabro ed essenziale, così diretto, così intenso.

La band

Se è vero però che è relativamente facile trovare persone che siano un minimo intonate, non è altrettanto scontato trovare componenti di una band che sappiano suonare degli strumenti, almeno a livello elementare.
Non è infatti possibile pensare che qualcuno che imbracci per la prima volta la chitarra in vita sua sia in grado di suonare in poco più di tre mesi pietre miliari della storia del rock come Sympathy for the devil e Light my fire. E poi c’è il problema degli spazi. Un coro può cantare più o meno dappertutto; una rock band ha bisogno invece di una sala adatta, di amplificatori, degli strumenti.
A tutte queste e a molte altre cose ancora si pensava, in quella fredda giornata di dicembre, fermi davanti al carcere, in attesa che le lunghe ma necessarie procedure d’ingresso fossero terminate.

Vita da sbarre

Da allora sono passati alcuni mesi e in carcere siamo entrati molte altre volte ancora, tanto da non farci quasi piĂą impressionare (anche perchĂ© sappiamo che al termine della giornata noi abbiamo la fortuna di poter uscire…).
Quello che abbiamo trovato a Rebibbia non sono solo gli elementi per costituire una rock band e gli spazi per farla provare. Abbiamo trovato un’esperienza umana unica, che ci rimarrà dentro ben più a lungo dell’effi mero tempo della programmazione televisiva. Innanzitutto, c’è stata subito una disponibilità totale, da parte di chiunque. A cominciare dallo stesso direttore del carcere, Carmelo Cantone, che ha subito sposato con entusiasmo il progetto (perché - sul serio - questo non è soltanto un programma televisivo, ma un progetto che, senza un fi lo di retorica, si può definire sociale).
Grazie al suo appoggio, la piccola sala prove presente all’inizio è stata ampliata e dotata di attrezzature e strumenti che rimarranno a disposizione della comunità carceria anche dopo che il programma sarà terminato. E poi gli agenti di polizia penitenziale (per favore, non chiamateli “secondini”).
Sono stati grandi, davvero. Senza il loro aiuto non avremmo potuto muoverci dentro quel complesso e intricato labirinto di sbarre e mura, spezzato a intervalli regolari da pesanti inferriate che si chiudevano dietro di noi con inquietanti clangori metallici.

Musica libera

E infi ne i componenti della band e tutti gli altri prigionieri, ovviamente.
Qui il discorso si fa più complesso, e il rischio di cadere nella facile retorica è molto alto. Come sono loro stessi i primi a ripetere, una ragione c’è, se si trovano in galera.
A noi però questa ragione non interessa. Non volevamo fare un programma di carcerati che fanno musica, ma di musicisti che si trovano in carcere. La differenza può apparire piccola, ma è in realtà sostanziale.
La protagonista assoluta di Rock in Rebibbia è la musica e la passione che è capace di suscitare. Noi questa passione l’abbiamo vista crescere negli otto componenti della band e abbiamo cercato di trasmetterla a chi il programma lo guarda a casa propria. Con questa angolazione, tutto è risultato più facile, più diretto e più vero. Anche i vari artisti che sono entrati dentro le sbarre ogni settimana (nell’ordine: Alex Britti, Negramaro, Max Gazzé, Fabri Fibra, Meg, Roy Paci, Paola Turci e Piero Pelù), passato un po’ di shock iniziale, non hanno avuto troppe difficoltà a inserirsi: dopo poche note suonate o cantate insieme ai loro “colleghi”, il ghiaccio si scioglieva e tutto appariva più semplice e quasi naturale.

Concerto finale

Mentre scrivo quest’articolo non si è ancora svolto l’evento conclusivo, che dovrebbe coronare degnamente tutta questa lunga e intensa esperienza. Il concerto fi nale che si svolgerà nel cortile centrale del carcere, alla presenza di quasi 400 prigionieri e di pochi altri ospiti esterni. Qui i nostri musicisti suoneranno i pezzi che hanno imparato in questi mesi, accompagnati da alcune delle guest star che sono intervenute in precedenza. Quando poi anche l’ultima nota e l’ultimo appaluso del pubblico spariranno nell’aria, la parte televisiva verrà defi nitivamente archiviata.
L’esperienza umana e musicale durerà invece molto più a lungo.

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